16 anni di partita IVA: le domande che ancora mi faccio

Sedici anni di partita IVA mi hanno insegnato che non basta essere brava. Serve capire quanto vali, imparare a dire no, scegliere con chi lavorare. In questa intervista racconto i dilemmi che restano aperti, le decisioni difficili, cosa cambia davvero con gli anni quando lavori per te stessə.
Sedici anni di partita IVA: i dilemmi che restano aperti, le decisioni difficili, cosa cambia davvero. Un’intervista sincera su come scegliere clienti, definire prezzi, specializzarsi senza sparire.

Indice dei contenuti

Un’intervista in cui parlo di alcune cose che nessuno ti dice quando decidi di lavorare in proprio

Oggi è il 20 febbraio 2026. Sedici anni fa aprivo partita IVA.

Ho pensato di raccontare quello che nessuno ti dice quando decidi di metterti in proprio: i dilemmi che restano aperti, le decisioni difficili, cosa cambia davvero con gli anni.

Ho scelto di farmi intervistare dall’intelligenza artificiale, perché è il modo più onesto che ho trovato per rispondere alle domande giuste senza autocelebrazioni.

Per questo compito ho scelto Claude, dato che ha in pancia il mio progetto e molte conversazioni con tutto quello che riguarda la mia attività e i miei obiettivi. Riesce a scavare molto in profondità in quelle che sono le mie esigenze non espresse, i miei punti di vista, e anche quello che magari non sto considerando.

Le risposte sono tutte scritte di mio pugno: umane, sincere.

Il punto di partenza

Perché hai aperto partita IVA nel 2010?

Volevo avere un lavoro che seguisse le mie aspirazioni. Lavorare in agenzie o in aziende significava rimanere quasi sempre fermi nello stesso ruolo, perché non tutte le realtà prevedono l’opportunità di far crescere all’interno i propri dipendenti. Stavo dedicando tante energie e tempo della mia vita ad attività che non contribuivano veramente al mio benessere, né economico, né professionale.

In un certo senso ho anticipato quello che sta succedendo ora alle nuove generazioni, che non si sentono coinvolte a lavorare per conto degli altri e preferiscono lavorare per se stesse.

Avevo accumulato abbastanza esperienza da sapere come gestire progetti di vario tipo. Avevo un metodo mio, e in molti mi dicevano che con le mie competenze era un peccato non lavorare in proprio.

Così ho compiuto il grande passo, senza esitazioni.

Cosa pensavi ti servisse per farcela?

Pensavo che essere una brava grafica fosse sufficiente. Non ero nemmeno web designer all’inizio, ma è diventato in breve tempo il servizio più richiesto. E la creazione di siti web mi appassionava molto, fin dai tempi di Macromedia Flash, non dico altro!

Credevo bastasse quello: competenza tecnica, metodo, voglia di fare.

Qual è stata la prima difficoltà vera che hai incontrato?

La difficoltà più grossa è arrivata subito ed era di carattere economico. Non è facile aprire un’attività, per quanto piccola, a budget zero. Zero totale.

Ma il problema vero non erano solo i soldi che non c’erano. Era capire quanto valesse quello che facevo per i miei clienti.

Lavoravo tantissimo per passione e non avevo contezza del valore che portavo. I miei clienti e i collaboratori credevano che tutto l’extra fosse normale, e io, dato che ero in grado di farlo, lo facevo senza che fosse richiesto.

Quello che oggi so invece è che il valore che porto alle aziende e ai professionisti con cui collaboro è giusto che sia riconosciuto. Ci sono voluti anni per capirlo davvero, e soprattutto per metterlo in pratica.

Dire sì, dire no

C’è un progetto a cui hai detto sì sapendo che era sbagliato?

Ne ricordo due.

Il primo è arrivato tramite passaparola di conoscenti. Le persone con cui stavo parlando, nel loro ambito molto brave, non erano in grado di spiegarmi quello di cui avevano bisogno. E io, evidentemente, non ero in grado di comprendere a fondo le loro esigenze. Non stavamo parlando la stessa lingua.

Me ne sono resa conto subito, fin dalle prime proposte, dal modo in cui rispondevano e non rispondevano. Non era il progetto giusto, né per me, né per loro. Lì per lì ho perseverato, perché non mi tiravo mai indietro di fronte a nulla.

Quello che ho ottenuto è stato di fare il doppio del lavoro, che poi non è nemmeno stato utilizzato.

Ho imparato che quando non ci si riesce a spiegare e non ci si riesce a capire, forse si può passare la palla. Magari consigliare qualche collega.

Cosa avrei voluto sapere sui clienti 💡

Quando cliente e professionista non parlano la stessa lingua, il problema non si risolve lavorando di più. Si risolve passando la palla a qualcuno più adatto, senza sensi di colpa.

Il secondo progetto sbagliato è arrivato più di recente, cinque-sei anni fa. Lavoretti grafici. Mi sono resa conto che quello che guadagnavo non copriva il tempo che dedicavo a quel cliente. In più, il tipo di lavoro non era adatto a me. Era lavoro da tipografia oppure adatto ad un grafico freelance più focalizzato su lavori di stampa.

E il primo no importante?

L’ho detto con molta fermezza a una collaborazione con una grossa azienda. Collaboravo tramite un intermediario ed ero parte del loro team marketing.

Quando mi sono resa conto che quella collaborazione occupava il 120% del mio tempo e che stavo tralasciando gli altri miei clienti, ho capito che non ero più un freelance. Ero di fatto un dipendente sfruttato.

Quel no mi è servito per non ricadere più in questo tipo di collaborazioni. L’ho simpaticamente soprannominato contratto “all you can eat”: a un fisso mensile mi chiedevano una quantità di lavoro esorbitante che una sola persona non è in grado di gestire.

Come scegli oggi con chi lavorare?

Oggi preferisco lavorare di gran lunga con aziende, anche piccole o piccolissime, che però hanno già una visione e degli obiettivi realizzabili. Si sanno già muovere sul mercato e hanno bisogno di una mano per farlo nel modo migliore.

Mi occupo di progetti web, identità di marca, e di tutta la comunicazione online di un’attività: dalla strategia digitale a come farsi trovare, da cosa comunicare a come trasformare la visibilità in contatti concreti.

Non lavoro come fornitore di servizi. Lavoro sulla strategia di comunicazione: aiuto imprenditori e professionisti a prendere decisioni più consapevoli su come si presentano, cosa comunicano, dove investono attenzione e budget.

Lavoro su quello che c’è prima del sito, del logo o di una campagna: chi è il tuo cliente ideale, qual è la tua unicità nel mercato, cosa vuoi ottenere davvero. Solo dopo questi punti si passa all’esecuzione. Il sito, l’identità visiva, le attività digitali diventano così scelte strategiche, non elementi messi lì tanto per fare.

Questi imprenditori si riconoscono subito quando parliamo assieme: anche se non sono esperti di quello che è di fatto il mio lavoro, hanno una comprensione perfetta di ciò di cui si sta parlando.

Evoluzione, non stravolgimento

Come sei cambiata in questi 16 anni?

Sono cresciuta sempre. Lo facevo anche quando ero ancora dipendente, perché mi è sempre piaciuto capire come funziona e fare sempre un passo più in là.

Non ho mai fatto stravolgimenti, non mi sono mai riproposta come qualcosa di completamente diverso. È sempre stata un’evoluzione. Ovviamente la sindrome dell’impostore si è fatta sentire ad ogni passo. Ormai ho il mio modo di gestirla, quindi non è più neanche un problema.

Forse la transizione più difficile è quella che sto facendo in questi ultimissimi anni, perché questo è davvero un passo più lungo rispetto a quelli che ho fatto in passato.

A volte è difficile spiegare a chi ti conosce già che ti occupi non più solo di quelle “cosette” grafiche e web specifiche, ma dei progetti web e dei progetti di identità di marca nella loro interezza strategica.

Quando hai capito che non potevi più fare tutto?

Ho sempre avuto questo problema di avere competenze diverse, trasversali ma molto approfondite. Il rischio è quello di essere scambiata per un generalista. Non lo sono mai stata, perché ogni skill che ho acquisito me la sono studiata bene e l’ho messa in pratica in più occasioni.

In questo ultimo anno in particolare è arrivato il momento preciso in cui mi sono resa conto che non posso più fare tutto. Ho iniziato quindi a mettere dei paletti, sia con i clienti che con i collaboratori, e a cercare persone che mi aiutino a coprire quelle cose che io non riesco più a seguire con la stessa dedizione di prima.

Cosa hai dovuto lasciare andare?

Ho dovuto lasciare andare la grafica, che è stata la mia prima passione e lavoro. Oggi chi mi chiede un volantino o un bigliettino da visita riceve un no, oppure lo faccio gestire a un’altra persona. Dal sito ho tolto proprio la sezione della grafica. C’è ancora la pagina da qualche parte, ma non è più così prevalente.

Va detto anche che la grafica è diventata un aspetto collaterale dei progetti che seguo: è importante, ma non è più il fine per il quale lavoro.

Cosa avrei voluto sapere sulle scelte 💡

Dire “non lo faccio più” non significa fallire o arrendersi. Significa fare spazio a quello che sai fare meglio.

Come gestisci oggi il fatto di avere competenze diverse?

Quello che è sempre stato visto come un problema, ovvero il non essere verticali su una cosa specifica e unica, oggi con l’intelligenza artificiale sta diventando invece un grande pregio.

Le persone che sono verticali su una sola cosa specifica rischiano di non avere più lavoro, letteralmente. Avere una visione più ampia di un progetto e saperne coordinare i vari aspetti, le varie mansioni, è una delle cose che saranno richieste sempre di più.

Valore e sostenibilità

Come comunichi quello che fai oggi rispetto all’inizio?

Nei primi anni vedevo la mia attività ancora un po’ con gli occhi da dipendente, perché, di fatto, quando lavori all’interno di un’agenzia, ti vengono affidate delle mansioni e sei limitato a fare sempre le stesse cose. Puntavo l’attenzione e il focus sul prodotto di per sé. Anche perché c’erano alcune cose molto richieste, come ad esempio i siti web.

Oggi punto molto di più sulla trasformazione e su quello che un cliente vuole raggiungere. Lo faccio considerando quali sono le sue problematiche, il suo settore, i suoi desideri profondi.

Ti dirò che mi piacerebbe mostrare anche di più come svolgo il mio lavoro, più casi studio. Non sempre si possono pubblicare o se ne può parlare pubblicamente. Parlo dei risultati, a volte l’esecuzione quando si riesce, o quali problemi iniziali aveva il cliente da risolvere, come li ho gestiti e risolti.

Ci sono poi altri aspetti del mio lavoro di cui magari accenno e basta, ma dei quali vorrei parlare di più. Qui i destinatari, più che potenziali clienti, sarebbero i miei colleghi. Come capire se un cliente è giusto oppure no per noi, la sindrome dell’impostore, quali competenze sviluppare di più, cose di questo genere.

Qual è stata la decisione più difficile che hai preso in questi anni?

Ho rinunciato a lavorare in un paio di realtà come dipendente. Magari in passato avrei fatto carte false per stare là, ma oggi la mia indipendenza, anche nella quotidianità, è davvero troppo importante.

Anche il fatto di imporre prezzi più consoni a quello che effettivamente realizzo, perché a volte si rivela un boomerang. O, meglio, diciamo così: il rifiuto serve anche a capire quando non è il cliente giusto. In realtà non è una decisione difficile da prendere, perché senza un compenso adeguato si lavora male.

Cosa avrei voluto sapere sui prezzi da freelance 💡

I prezzi da freelance non si calcolano come uno stipendio da dipendente. Considera: tasse, contributi, periodi vuoti tra un pagamento e l’altro, tempo non fatturabile, investimenti in formazione.

Mi succede molto spesso di lavorare più di quanto dovrei e non credo di esserne comunque uscita. Tendo a essere perfezionista e a fare dietro le quinte molto, molto di più di quanto mi viene chiesto.

Come bilanci progetti che nutrono VS progetti che pagano?

Non arrivano tutti i giorni richieste per progetti che mi possano nutrire intellettualmente. Si tratta più di farli diventare progetti utili allo scopo.

Qualche negoziazione c’è, ma in linea di massima, per tanti progetti che sono stimolanti dal punto di vista professionale, ogni tanto può passare un progetto non troppo creativo.

Fa un po’ parte del gioco, serve anche per ricordarsi di apprezzare di più i lavori interessanti.

Quello che resta aperto

Dopo 16 anni, quali domande continui a farti?

Una grande costante è quella di notare come una parte dei potenziali clienti non riesca a percepire la differenza tra un lavoro fatto bene e un lavoro fatto male, o in modo superficiale.

Quindi mi chiedo: sono io che pretendo troppo?

Ho notato però che i nodi vengono al pettine: quando un progetto è impostato male, prima o poi si manifesta. Qualche volta mi sono trovata a rivestire il ruolo di angelo custode, che protegge i clienti da alcune persone che magari non hanno lavorato bene come avevano promesso in fase di vendita.

Se potessi tornare indietro, cosa diresti alla te del 2010?

“Alza i prezzi, per l’amor di Dio!”

L’errore che ho fatto agli inizi era quello di paragonare i miei compensi allo stipendio di un dipendente. Da freelance non funziona assolutamente così!

E a chi oggi sta pensando di aprire partita IVA?

Valuta bene cosa ti spinge a farlo.

Perché ci saranno dei momenti in cui quella cosa sarà l’unica che ti fa andare avanti 💙

Lavoro con imprenditori e professionisti che vogliono decisioni più consapevoli sulla loro comunicazione e strategia digitale

Scritto da:

Emanuela Baruffaldi Consulente Brand Identity

Emanuela Baruffaldi

Strategia, identità, presenza.

Digitale, ma concreta.

Lavoro al fianco di imprese e professionisti che vogliono trasformare la loro comunicazione in uno strumento di crescita: visibile, riconoscibile, allineato agli obiettivi di business.

Ogni progetto inizia con una consulenza: è da lì che prende forma un’identità di marca coerente e un ecosistema digitale su misura, che comprende branding, sito web, contenuti e attività di comunicazione.

Dal Lago di Garda collaboro con aziende, agenzie e team in tutta Italia. Studio Lifestyle è lo spazio dove le idee prendono forma con metodo e i progetti trovano una direzione strategica.

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